Attraverso la bufera
"Tempesta di neve” di William Turner, 1842, olio su tela

Attraverso la bufera

A quale titolo intervengo nel dibatto sulla scuola avviato da “Una mano per Nonantola”? Attraverso l’associazione “Giunchiglia-11”, insegno italiano alla scuola “Frisoun” di piazza Liberazione. Due sono le differenze principali tra le scuole statali di Nonantola e la scuola comunale in cui insegno. Nella mia scuola non c’è obbligo di frequenza e la composizione anagrafica e geografica dei miei studenti è tra le più eterogenee immaginabili. Lo scorso anno abbiamo avuto 135 iscritti di cui 13 in età da scuola media e superiore, e 18 bambini da 1 a 6 anni, figli di alcune nostre giovani studentesse. 28 i paesi di provenienza. La più anziana, una signora nigeriana di 64 anni, la più giovane, una bimba eritrea nata nell’aprile dello scorso anno. Tolte queste differenze, per la riapertura del prossimo anno scolastico, vivremo, sebbene su scala ridotta, problemi simili a quelli che vivranno le altre scuole del territorio.

Gli amici che lavorano a scuola ogni anno mi raccontano l’odissea per ripartire: assegnazione delle scuole ai precari (o dei precari alle scuole), orario settimanale, sostituzioni, piani dell’offerta formativa… Un gioco di incastri che ha sempre bisogno di qualche settimana per consentire alle scuole di andare a regime.

Quest’anno le variabili in ballo sono così tante che il gioco di incastri si fa complicatissimo. Qualcuno pensa impossibile. Ne elenco alcune, le prime che mi vengono in mente: i casi di contagio nelle classi; la gestione delle malattie degli insegnanti e gli esoneri di insegnanti e personale scolastico per condizioni di salute incompatibili con la pandemia; le supplenze e le sostituzioni; l’uso in comune di una parte della strumentazione; gli orari delle lezioni; il prolungamento orario e il prescuola; gli ingressi e le uscite; le sanificazioni; le mense; i mezzi pubblici; il traffico sulle strade… e l’elenco potrebbe continuare. 

Per non parlare dei nodi “giuridici”. Se, come mi pare, l’emergenza sanitaria è in vigore fino alla metà di ottobre, i genitori che si rifiutano di portare i figli a scuola saranno perseguibili per evasione dell’obbligo scolastico? Se lo stato d’emergenza glielo consente, come verranno conteggiate le assenze? E anche terminata l’emergenza sanitaria le famiglie potranno farsi esonerare dall’obbligo perché magari in casa vive un anziano o un soggetto fragile? La lettera di corresponsabilità educativa che la scuola chiederà ai genitori di firmare, sarà vincolante? Ovvero, se i genitori non firmeranno il figlio potrà frequentare le lezioni? E se non frequenterà le lezioni perché non ha firmato la lettera, i genitori, come sopra, saranno imputabili di evasione scolastica?

Casi estremi e posizioni estremistiche? Può darsi, ma assolutamente compatibili e anzi coerenti con le norme in vigore e con la situazione di “emergenza sanitaria” in cui ci troviamo. E comunque sarà necessario dialogare con tutti. 

In questo quadro intricatissimo, sono due gli scenari che si prospettano (ognuno valuti quale il più probabile). Una ripartenza in totale sicurezza, come qualcuno chiede o afferma, in cui la “sicurezza” però non può che essere formale, nella certezza se non nella recondita speranza che alla prima situazione critica tutto si torni a fermare. Oppure una ripartenza nella totale incertezza in cui l’unica possibilità di incominciare e portare a termine un anno che sarà in ogni caso “amputato” (di ore di lezione, di parti del programma, di socializzazione, di metodi attivi, ecc.) sarà data dalla capacità di dialogare e di venirsi incontro (ovvero di solidarizzare nell’emergenza) di tutti i soggetti coinvolti: insegnanti, studenti, dirigenza e personale scolastici, genitori, sindacati, amministrazione. 

Potrà sembrare poca cosa, ma quello che mi sembra più utile in questo momento è abbassare il livello di ansia da prestazione (che facilmente si trasforma in isteria) e mettere da parte atteggiamenti irrealistici e assolutistici. Cosa intendo per ansia da prestazione e atteggiamenti assolutistici? Qualche esempio. Trovo che durante il lockdown sia stato frutto di ansie da prestazione mandare messaggi, compiti e materiali didattici via WahtsApp a qualsiasi ora del giorno e della notte, contribuendo in alcuni casi a far saltare le fasi di veglia e di sonno ai ragazzini. Lo dico senza supponenza né in maniera giudicante visto che per alcuni giorni mi sono trovato anche io in questa disposizione d’animo e anche io ho compulsivamente cercato il contatto telematico con i miei studenti. 

Trovo sia frutto di atteggiamenti assolutistici affermare che la scuola è pronta a riaprire in totale sicurezza, ma trovo altrettanto assolutistico pretendere che la scuola riparta in totale sicurezza o reclamare un’organizzazione e un tempo scuola identici a come erano prima dell’emergenza covid o ancora invocare una didattica sperimentale quasi che l’emergenza sanitaria, come una sorta di fuoco rigeneratore, potesse sanare tutto quello che sul piano pedagogico e didattico non funzionava anche prima della pandemia. Non abbiamo bisogno di eroi, né di geni, né di stacanovisti. Abbiamo solo bisogno di buon senso e spirito di solidarietà per uscire il meno acciaccati possibile da questa bufera. 

Abbiamo imparato a conoscere il Covid-19, sappiamo che il veicolo attraverso cui si trasmette sono le goccioline di saliva che possono entrare direttamente nella bocca o nel naso di chi ci sta vicino, o depositarsi sulle superfici e da qui passare ad altre persone attraverso mani, occhi, naso, bocca. Abbiamo imparato a conoscerne la curva di diffusione. Abbiamo capito che i morti di oggi sono effetto del diffondersi degli asintomatici di mesi prima. 

Nessuno che abbia un ruolo o una responsabilità pubblica lo può dichiarare esplicitamente, ma se la scuola riapre è solo perché in una certa misura è inevitabile data la sua funzione di recinto per i figli quando i genitori sono al lavoro. Detto meno cinicamente, ripartirà perché qualcuno pensa che alle condizioni attuali il gioco – l’istruzione dei giovani, il lavoro dei genitori, la tenuta dell’economia – valga la candela – il rischio, pur drammatico, che una piccola percentuale della popolazione si ammali e muoia. Quale sia la scelta giusta in termini assoluti, non è argomento di queste righe. Anche all’interno di “Una mano per Nonantola” non la pensiamo tutti allo stesso modo. Il fatto di avere opinioni diverse non solo non è un problema, ma è per certi versi inevitabile e forse perfino vitale: pensarla allo stesso modo di fronte a questioni così complesse, significa più probabilmente non pensare. E invece, i primi vaccini per questo virus sono la capacità di pensare con la propria testa e di cooperare. 

Nei documenti ufficiali prodotti finora – le linee guida di giugno, il protocollo di inizio agosto, le ultime indicazioni dell’Istituto superiore di sanità – abbiamo colto che all’istituzione scolastica e alle amministrazioni locali viene demandato il compito di applicare, rimodulandole, le regole lì contenute, tenendo conto del contesto specifico in cui si colloca l’istituzione stessa. Come dire: il governo dà le indicazioni di massima, i territori hanno il diritto e la possibilità di tradurle, entro certi margini, sulla base dei bisogni, delle possibilità e delle criticità del proprio contesto. 

È questo, al di là dei contenuti specifici, uno snodo essenziale, che i territori devono vivere come un’opportunità e non come una “rogna”. Volendo ipotizzare che le linee guida siano state pensate e scritte da chi ha cognizione reale dei problemi e da chi si sia assunto la responsabilità di legiferare per affrontarli nel modo migliore, uno dei rischi maggiori è che vengano applicate in maniera per così dire “assicurativa”, ovvero non per ottenere il massimo possibile (per la salute e l’educazione dei giovani), ma per mettersi al riparo da attacchi e denunce. Atteggiamento pericolosissimo proprio perché nell’incertezza della situazione in cui ci troviamo non ci potranno mai essere linee guida così complete e ben scritte da garantire la salute dei bambini e insieme una loro efficace istruzione. Perché le cose siano fatte bene è necessario che ognuno si assuma la propria fetta di responsabilità e la sappia far dialogare con quella degli altri. Questo vale sempre, ma vale due volte nelle situazioni di crisi come quella in cui ci troviamo.

Per converso, affinché chi ha ruoli di responsabilità possa applicare le leggi in maniera intelligente e non “assicurativa” è necessario che genitori e studenti mettano da parte atteggiamenti recriminatori, lagnosi e di denuncia. È questa dinamica – denuncia versus blindatura giuridico-assicurativa – che ha determinato gran parte della crisi delle nostre istituzioni, non solo scolastiche. Pensate, per citare un ambito di cui molti di noi hanno esperienza diretta, a quello che è avvenuto in questi anni nel sistema sanitario…

Allora, per tornare al dibattito avviato da “Una mano per Nonantola”, cosa si potrebbe fare per contribuire alla ripartenza della scuola? Non ho ovviamente nessuna idea risolutiva, ma solo microscopiche suggestioni. 

1. Se si conviene che la cosa più urgente è iniziare a costruire un clima di collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti, clima di collaborazione che in primavera, presi alla sprovvista dall’emergenza, non si è fatto in tempo a costruire, perché non provare a organizzare alcuni incontri, a inizio d’anno scolastico e da ripetersi durante l’anno, magari anche con il contributo di testimoni diretti (persone che hanno attraversato la malattia) per discutere insieme a studenti, genitori e insegnanti di cos’è il Covid-19, come si diffonde, come si argina, quale può essere il ruolo della comunità e come si potrebbe potenziare una medicina di territorio? Non solo allo scopo di informare ma soprattutto di avviare un confronto che ci faccia sentire affratellati nella bufera. A Nonantola abbiamo medici di base e giovani medici bravissimi, che si stanno interrogando da tempo su questi temi. Perché non coinvolgerli e sostenerli nell’organizzazione di incontri di questo tipo?

2. Collegato a questo, al di là della decisione che sarà presa a livello nazionale (ormai sta prendendo forma), non mi sembra irragionevole pensare di chiedere ai ragazzi e alle ragazze della secondaria inferiore l’uso della mascherina durante tutte le ore di lezione. È semmai un modo per trattarli alla pari, per coinvolgerli a pieno titolo nella gestione di questa situazione emergenziale. Certo è una scelta che va argomentata, condivisa, discussa insieme a loro. Sul piano fisico, salve disabilità specifiche, non mi sembra una richiesta esagerata; sul piano psicologico, si trasforma in una richiesta forzate e “violenta” solo nel caso consideriamo ragazzi e ragazze di 11, 12 13 anni, come esseri incapaci di comprendere i problemi della comunità e di farsene carico, con le dovute proporzioni, insieme agli adulti. Forse lo si potrebbe estendere anche alle elementari, con l’esclusione delle prime e delle seconde: a quell’età la fase di costituzione del gruppo-classe è molto delicata e anche una mascherina può effettivamente complicare l’operazione. 

Detto questo, se l’uso delle mascherine evitasse anche un solo contagio forse ne sarebbe già valsa la pena…

3. Rispetto al “divario digitale”, stanno continuando a uscire misure di sostegno economico per acquistare device e connessioni più efficaci, rivolte alle scuole o alle famiglie in difficoltà. Abbiamo visto in questi mesi che in alcuni casi queste misure (bonus spesa, bonus Inps, voucher per i centri estivi, Reddito di emergenza) non arrivano a buon fine. Perché non istituire, tra le associazioni, ma anche tra il personale dell’amministrazione, figure di mediazione che informino il territorio, traducano misure solitamente molto complicate e aiutino nell’invio (quasi sempre telematico) delle domande?

4. Perché non proporre di limitare al massimo l’uso di WhatsApp e di altri social (tutti, a parole, concordiamo sugli effetti negativi che questi strumenti hanno per la comunicazione, la cooperazione e il lavoro di gruppo e quanti fraintendimenti e incomprensioni creino) e privilegiare altri mezzi più formali e consoni ai fini culturali della scuola: oltre ovviamente alle piattaforme per le videolezioni, la posta elettronica? E comunque non in qualsiasi giorno della settimana e a qualsiasi ora del giorno e della notte. 

5. E poi perché non aggiungere l’aggettivo “territoriale” (per riprendere la proposta di Grazia Stefanini e Maria Mastropietro) al “patto di corresponsabilità educativa”? Servizi pubblici, biblioteca, centro intercultura, aziende, imprese artigiane, parrocchia, associazioni sportive… ogni “pezzo” di Nonantola potrebbe iniziare a diventare “aula diffusa” da coinvolgere a integrazione dei programmi ministeriali, soprattutto in una fase in cui stare fuori dalle aule diminuisce il rischio del contagio

Chiudo su una mia fissa, l’unico ambito su cui mi senta realmente in grado di mettermi a disposizione per contribuire ad attraversare la bufera: i ragazzini stranieri e in particolare i neoarrivati. Non sottovaluto la difficoltà che crea, sia a livello di programmazione didattica che di gestione d’aula, l’arrivo in classe (in video è ancora più complicato) di studenti poco o per nulla alfabetizzati né lo sforzo di tanti insegnanti per coinvolgere questi “studenti difficili”. Ho collaborato in questi anni, anche durante il lockdown, con alcune e alcuni insegnanti delle medie molto competenti, in gamba e attenti. 

Ma al di là delle diverse situazioni e delle buone intenzioni dei singoli insegnanti, l’istituzione scolastica in sé rischia spesso di mettere in atto nei confronti dei ragazzini stranieri neoarrivati alcune routine che complicano, invece di agevolare, la loro carriera scolastica. Ne cito alcune: la tendenza a inserire i minori stranieri neoarrivati non nella classe corrispondente all’età anagrafica, ma una e a volte anche due classi prima; l’abitudine a orientare gli studenti stranieri di terza media verso i professionali e i tecnici della provincia senza troppo considerare competenze, inclinazioni, predisposizioni individuali; la difficoltà di accesso per le famiglie straniere ai servizi per la prima infanzia, nidi in primis.

Se dai problemi “ordinari” passiamo a quello osservato durante la quarantena, bisogna ovviamente aggiungere la questione del cosiddetto “divario digitale” che penalizza molte famiglie straniere. Un divario che riguarda sia i mezzi, sia il tipo di connessione, sia il livello di alfabetizzazione informatica. 

Una vecchia ma ancora attuale indagine della Fondazione Agnelli (Rapporto sulla scuola in Italia, 2011) rilevava che i ragazzini stranieri neoarrivati avevano 19 volte in più la probabilità di essere bocciati o di perdere un anno entro la III media rispetto ai loro coetanei italiani. Cosa significa questo? Per qualcuno quasi niente: riprenderà un percorso di vita normale una volta terminati gli studi. Ma per la gran parte significa vedere segnata la propria carriera scolastica e di conseguenza le chance da giocarsi, sul piano culturale e professionale, nella vita adulta. Per non parlare poi degli aspetti di integrazione sociale, molto più difficili da quantificare, ma ovviamente collegati al percorso scolastico. 

Su quest’ordine di problemi e su tutti gli addentellati connessi penso sia urgente avviare un tavolo ad hoc con gli insegnanti, la dirigenza scolastica e l’amministrazione comunale. Per quel che possa servire, anche io e l’associazione di cui faccio parte ci mettiamo a disposizione. “Pubblica” significa due cose: una scuola ben fatta e una scuola per tutti. Anzi, solo una scuola per tutti può ambire a essere ben fatta. 

Buona ripartenza a tutti noi.

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