Ripensare la politica, la religione e la società

Ripensare la politica, la religione e la società

Intervista a Giancarlo Gaeta

Professor Gaeta, come nasce il suo interesse per Simone Weil, quali sono le opere da cui partire per (ri)cominciare a scoprirne il pensiero e perché questa figura complessa e difficilmente etichettabile continua a farci tanta paura?

«Ero studente di filosofia. Trovai in biblioteca un’edizione dei Cahiers e rimasi stupito che di un pensiero tanto straordinario non avessi sentito parlare nel corso degli studi universitari. Negli anni Sessanta Simone Weil era nota in Italia per gli scritti de La condizione operaia, per l’elaborazione di un originale pensiero politico (Oppressione e libertàLa prima radice), e una sconcertante riflessione spirituale accolta con molte riserve da parte del mondo cattolico (Attesa di DioL’amore di Dio). Mentre del pensiero filosofico-religioso tutto quello che se ne poteva sapere dipendeva dalla lettura di una succinta antologia di estratti dalla massa dei Cahiers (L’ombra e la grazia). È nata così la mia aspirazione ad apprestare in italiano l’edizione integrale in quattro volumi dei Quaderni, la cui pubblicazione da Adelphi tra il 1982 e il 1993, ha infine fornito la misura intera di un pensiero con cui non ci si può confrontare senza mettere in questione i presupposti stessi della cultura moderna. È stata, credo, questa sua singolarità a renderne la figura tanto suggestiva quanto impraticabile e a confinare il suo pensiero lontano dalle questioni sociali, politiche, etiche, religiose all’ordine del giorno. Per rendersene conto rapidamente consiglierei di leggere tre testi brevi su società, filosofia e politica: Diario di fabbrica (Marietti, 2015), La persona e il sacro(Adelphi, 2012), Sulla soppressione dei partiti politici (Edizioni dell’asino, 2018), oppure l’antologia Pagine scelte che ho curato per Marietti nel 2009».

La sua approfondita analisi non prescinde mai dalle esperienze di vita della Weil: che cosa c’è di straordinario nella sua biografia e quali sono a suo avviso i momenti di svolta che più ne influenzano il pensiero?

«La singolarità del caso di Simone Weil sta nell’esigenza di nutrire il pensiero a diretto contatto con la situazione vissuta, dunque con i problemi e i drammi del proprio tempo; al punto che diversamente le sarebbe stato impossibile pensare. Andò a lavorare in fabbrica per verificare se e per quali vie l’obiettivo della presa di potere della classe operaia fosse realizzabile nel quadro della società attuale. Allo scoppio della guerra civile in Spagna si arruolò in una formazione internazionale di combattenti per l’impossibilità psicologica e morale di restarne fuori; un’esperienza breve ma sufficiente a farle toccare con mano la logica implacabile della guerra, l’impossibilità di evitare l’ingiustizia anche quando si è dalla parte giusta; ne nacque quel capolavoro che è il saggio sull’Iliade poema della forza. Quando infine a Londra nel 1943 le fu impedito di rientrare in Francia per prendere parte attiva alla guerra sentì venir meno le ragioni stesse del vivere. Un nesso tra pensiero e situazione vissuta da cui il lettore non può prescindere, se vuole cogliere il carattere della sua personalità e insieme trovare una via d’accesso a una ricerca intellettuale che ai contemporanei apparve del tutto anomala e comunque irrealistica. L’esperienza di fabbrica in particolare fu una svolta decisiva, sia per la vita che per il pensiero; segnò l’abbandono dell’illusione rivoluzionaria, l’uscita definitiva dall’universo borghese di provenienza e l’approdo a una nuova coscienza di sé da cui è sgorgato un pensiero filosofico, religioso e politico di una novità tale da lasciare interdetti, irritati, ammirati, ma comunque ancora lontani dal coglierne l’importanza per questo nostro tempo».

Il nome della pensatrice francese si associa spesso al concetto di «platonismo cristiano» come giunse la Weil a questo approdo e quale fu il suo rapporto con l’eredità della Grecia classica?

«Simone Weil era convinta che per rispondere adeguatamente ai problemi sociali, politici e morali che attanagliavano l’Europa occorresse attingere al patrimonio della sua tradizione spirituale, che identificava parimenti nella Grecia antica e nel primo cristianesimo. Ma non si trattò tanto di un nuovo platonismo cristiano, quanto dell’esigenza di ricomporre in unità lo spirito greco e la fede cristiana eliminando la perniciosa separazione moderna tra filosofia, scienza, arte e religione, dunque tra vita profana e fede cristiana. Il suo obiettivo fu perciò di mostrare la sostanziale affinità delle due tradizioni, accomunate da uno stesso sentire religioso, cioè la rivelazione della distanza abissale tra la perfezione di Dio e la miseria umana e perciò la ricerca di intermediari, che i greci trovarono nelle espressioni della filosofia, dell’arte, della scienza, e il cristianesimo nella concezione dell’incarnazione di Dio. Per questa via Simone Weil pensava che nella vita personale e pubblica sarebbe tornato a circolare un autentico spirito di verità, di bellezza, di giustizia».

Politica, etica, religione, filosofia e molto altro: dove e perché il pensiero di Simone Weil ha più da dire alla nostra epoca confusa, smarrita e postmoderna?

«Al termine della sua vita Simone Weil prese atto che del tesoro che sentiva di portare nel ventre e a cui aveva attinto senza risparmiarsi per rispondere alle esigenze del proprio tempo, i contemporanei non sapevano che cosa farsene malgrado l’ammirazione per la sua intelligenza. Quel rifiuto nel momento cruciale della guerra – che proprio perché tutto aveva distrutto consentiva una ripartenza nel senso della maggiore discontinuità con ciò che aveva portato a una crisi epocale – ha pesato moltissimo sulla ricezione del suo pensiero. Perché, venuto meno il collegamento con gli eventi che lo avevano maturato, è stato letto a partire da interessi culturali o ideologici, piuttosto che per capire il presente, per indagare le ragioni prossime e remote di una deriva morale, sociale e politica che giunge fino a noi, malgrado i tentativi fatti dopo la guerra di fare argine agli orrori del passato. Pochi altri testi sono illuminanti quanto quelli scritti da Weil a Londra negli ultimi mesi di vita per capire oggi le cause dell’impasse del progetto europeo, e il riapparire di fantasmi che ci si è lungamente illusi di aver esorcizzato per sempre. Non si è né saputo né voluto prendere atto che dopo la voragine della prima metà del Novecento non si poteva seguitare a vivere e a pensare come se si fosse trattato solo di una tragica parentesi; occorreva pensare daccapo la società, la politica, l’etica, la religione. Simone Weil ci ha provato, e credo che il suo generosissimo contributo resti indispensabile per rendersi quanto meno conto della gravità dei mali che ci sovrastano e orientare mente e volontà in tutt’altra direzione. Che non è poca cosa, se si crede, come ha creduto lei, nell’effetto misterioso ma reale che chi aderisce incondizionatamente al bene ha sulla vita pubblica».

Questa intervista di Matteo Airaghi è uscita sul «Corriere del Ticino» il 28 giugno 2018

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