Nonantola e chi viene da lontano. A che punto siamo

Nonantola e chi viene da lontano. A che punto siamo

La tradizione dell’incontro con “lo straniero” a Nonantola è lunga e, sia chiaro, non sempre così idilliaca come una certa visione pacificata e campanilistica ha lasciato intendere in questi anni. Certo, fin dai primi secoli della sua fondazione, il monastero benedettino di Nonantola accolse una grande quantità di uomini di provenienza diversa, come si intuisce dai nomi delle persone che vissero lì o che da lì passarono, nomi biblici, ma anche greci, longobardi, burgundi, franchi, provenienti presumibilmente da aree lombardo-venete, toscane, del meridione, galliche, occitaniche, pannoniche, del nord europea e persino orientali e africane. Inoltre la Charta dell’abate Gottescalco (1058) concesse l’attuale “tenimento” della Partecipanza (oltre ai pieni diritti di libertà personale, cittadinanza e protezione contro abusi di funzionari) a tutti coloro che avessero abitato in Nonantola. Concessione che lascia intuire l’intenzione di attirare nuovi abitanti.

Per non parlare dell’accoglienza che alcuni nonantolani, in condizioni molto più difficili delle nostre, riservarono a una settantina di giovani e giovanissimi “profughi” ebrei, i ragazzi di Villa Emma, perseguitati dai regimi nazi-fascisti di mezza Europa. Guarda caso lo stesso numero di persone inserite oggi a Nonantola nel sistema d’accoglienza a rifugiati e richiedenti asilo.

Dal secondo dopoguerra, Nonantola è stata meta di immigrazione, prima interna, dal meridione, e poi, dalla fine degli anni ’90, esterna, inizialmente soprattutto dal Ghana, dal Marocco e dall’est Europa. Oggi Nonantola, su un totale di circa 16mila abitanti, ha una popolazione di origine straniera di circa 1700 persone (poco più del 10%). A questo dato sarebbe sempre utile affiancare quello del saldo naturale che dal 2017 risulta negativo: anche Nonantola, come in gran parte d’Italia il numero dei decessi supera quello delle nascite.

Nel frattempo tutto, nel mondo, ha subito un’enorme accelerazione. A partire dal 2011 i processi di disintegrazione sociale e statuale di regioni sempre più estese del pianeta hanno portato il numero degli sfollati nel mondo a quota 65milioni, molto di più di quanto ce ne fossero alla fine della Seconda guerra mondiale. È inevitabile che una cornice di questo tipo abbia conseguenze significative anche per l’Italia e per Nonantola. Oggi Nonantola, un territorio che non è mai stato meta stabile di profughi e rifugiati, ospita sul suo territorio una settantina di richiedenti asilo in attesa di sapere cosa lo stato italiano deciderà di fare della loro richiesta di protezione e integrazione.

Intorno al tema dell’accoglienza agli stranieri, si apre per l’Italia e per Nonantola una fase di grande imprevedibilità. Non abbiamo mai difeso l’attuale sistema dell’accoglienza, un sistema ingiusto, farraginoso, dispendioso, che a partire dal 2011 si è strutturato intorno a presupposti profondamente irrazionali e che ha portato questa irrazionalità di fondo fino al parossismo attuale. A partire dal 2011, con l’incendiarsi del Nord Africa durante le cosiddette “primavere arabe”, le politiche migratorie italiane si sono incardinate intorno all’asilo politico come unico canale legale di ingresso nel nostro paese e alla cosiddetta “accoglienza” come unica via all’integrazione. Un sistema che congela la vita di centinaia di migliaia di giovani stranieri per tre, quattro a volte cinque anni, con un grandissimo dispendio di soldi, intelligenze e spinte vitali per poi negare loro un permesso di soggiorno valido costringendole alla clandestinità. Una fabbrica che produce marginalità, esclusione, lavoro nero, piccola o grande criminalità.

Non abbiamo mai difeso questo sistema, ma speravamo che le mura del sistema italiano dell’accoglienza si aprissero sulla spinta del coinvolgimento dei territori e delle comunità nella relazione con i giovani immigrati, per la maturazione dei saperi e delle competenze accumulati dagli enti, pubblici e privati, che dal 2011 si occupano della gestione dei richiedenti asilo, per la capacità di tradurre in istanze politiche per tutti le contraddizioni e i conflitti generati tra chi scappa e chi accoglie. E invece, con l’arrivo di Salvini al Ministero dell’interno, le mura non si stanno aprendo, ma stanno venendo giù. Non è una differenza di poco conto. Gli immigrati che, con o senza permesso, usciranno dall’accoglienza e quelli che arriveranno nei prossimi mesi entreranno in contatto con le comunità locali in un clima di crescente ostilità e incomprensione, e, temiamo, imbarbarimento delle relazioni.

A Nonantola, se la percentuale degli esiti delle richieste d’asilo rimarranno quelle attuali, dei settanta richiedenti asilo presenti oltre 60 diventeranno a breve irregolari (questo sarebbe successo indipendentemente dall’arrivo di Salvini al Ministero dell’Interno). Qualcuno ovviamente se ne andrà, ma qualcun altro potrebbe arrivare, e rischiamo che anche a Nonantola vivranno diverse decine di persone che non avranno una residenza, che i servizi non conosceranno per nome, che non potranno stipulare contratti di lavoro o di affitto, che non avranno accesso ai servizi sanitari. Che vivranno ai margini e che saranno motivo di tensione sociale. Cosa ne sarà di loro e quali dinamiche si creeranno tra “noi e loro” è difficile prevederlo. Certo bisognerà gestire questa fase con molta concretezza, oculatezza, senso di giustizia e piacere della sfida.

La capacità di ricomporre spinte e bisogni differenti in vista di un bene comune coincide con la natura stessa della politica. Le sue sfide maggiori, a volte vinte a volte perse clamorosamente, la democrazia occidentale le ha giocate proprio sul terreno delle migrazioni e dei processi di inurbamento (un’altra forma di immigrazione, dalle campagne alle città). Liquidare la questione con la demagogia del “tutti a casa loro”, ma anche con la retorica ambigua della filantropia o della vittimizzazione dello straniero rappresenta per noi l’esatto opposto della politica.

 

 

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