Sono nato (nel 1974) e cresciuto in un piccolo paese rurale del Veneto, in una famiglia che gestiva una pasticceria artigianale. L’etica del lavoro, della responsabilità e del darsi da fare sono i caratteri positivi che ho respirato fin da piccolo aiutando i miei in laboratorio e in bottega.

È stato lo scoutismo, di cui ho fatto parte a lungo, anche come educatore, a consentirmi di ampliare gli orizzonti, fare esperienze e conoscere persone, idee e realtà diverse dal mio piccolo mondo rassicurante, a cui sono tutt’ora visceralmente legato, ma stretto e insufficiente ad affrontare alcune questioni che fin da giovane mi sono sembrate decisive, specie di fronte alle tragedie dei Balcani e di molti paesi vicini o lontani: la possibilità di praticare la convivenza e la nonviolenza, la gestione pacifica dei conflitti e delle differenze, la lotta alle disuguaglianze, la possibilità di una vita semplice e sobria e di una conversione ecologica. Avevo e ho voglia di capire e di esplorare. E mi pesa il mio eccesso di teoria rispetto alla pratica.

Tramite lo scoutismo ho conosciuto e poi frequentato a lungo la Comunità di Capodarco, nata negli anni Sessanta del Novecento dall’occupazione di una villa nelle Marche da parte di giovani disabili in fuga dagli istituti insieme a normodotati, che hanno dato vita a una esperienza di convivenza e partecipazione che resiste, non senza fatica, ancora oggi.

E così, laureatomi in Economia politica, a fine anni Novanta sono partito con la Comunità di Capodarco per l’Albania, dove ho vissuto per quattro anni occupandomi di progetti di cooperazione nell’ambito della disabilità, della deistituzionalizzazione della salute mentale, dell’assistenza a migranti e rifugiati, convivendo in una grande “casa”, all’interno di una fabbrica di lavorazione del ferro in via di dismissione, con una variegata umanità di amici albanesi e rifugiati dal Kosovo, l’Iraq, il Sudan. Sono stato esperto associato dell’Unhcr (Alto commissariato Onu per i rifugiati), dell’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni). Lì ho conosciuto anche Grazia, cresciuta a Nonantola e in viaggio per seguire progetti cooperazione decentrata del Comune di Modena, con cui sono sposato dal 2005. Da allora vivo a Nonantola assieme a lei, alle nostre due figlie e a una meravigliosa ragazza in affido.

Una delle persone da cui ho imparato di più e che mi ha dimostrato le sorprendenti possibilità della vita è il mio testimone di matrimonio. Viene da Baghdad, ha vissuto due anni con me in Albania, ora è cittadino tedesco, sposato con una cittadina americana, padre di tre figli, di cui uno di nome Fausto.

Nel mio peregrinare tra le aspettative di buon veneto e mille inquietudini “senza patria”, in Italia ho conseguito un master in gestione di impresa e ho lavorato in una società di consulenza gestionale. Poi ho scelto di lavorare per il pubblico, a progetto, per molti anni. Mi sono occupato a lungo di rifugiati per il Comune di Modena. Oggi sono referente del bilancio, della ricerca e gestione di finanziamenti e degli atti del settore Politiche sociali, sanitarie e per l’integrazione del Comune di Modena. A Nonantola faccio parte delle associazioni “Giunchiglia-11” e “Anni in Fuga”, luoghi dove continuo a imparare molto.

Non mi sono occupato di politica prima di iniziare l’esperienza di “Una mano per Nonantola”. Ma ho sentito l’urgenza di intervenire, in modo manifesto, oggi e senza rinvii, di trovarmi con altre persone ad affrontare le questioni comuni, anche le più difficili, di confrontarmi, trovare e sperimentare insieme ad altri possibilità nuove di intervento politico e culturale, di smettere di delegare, di cercare di recuperare alla politica e alla partecipazione idee e spinte vitali presenti sul territorio, e di ibridare spazi e scelte troppo spesso delegati ai tecnici (tra i quali pure io mi annovero spesso) o soffocati dalle burocrazie. Non so bene in cosa riusciremo, ma la pluralità che ho sperimentato e le persone che ho conosciuto dallo scorso settembre mi hanno dato gioia, coraggio e speranza, pur senza placare le mie inquietudini. Costruire ponti, saltare muri, esplorare frontiere, diceva Alex Langer. Questo mi piacerebbe provare a fare, senza molte certezze da propagandare.

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